Criptovalute: come indicarle in dichiarazione dei redditi

La tecnologia blockchain è sempre più al centro dell’attenzione degli operatori economici. È dunque molto probabile che le criptovalute – “monete virtuali” basate su questa tecnologia – rivestiranno un ruolo sempre più importante nel futuro.

Le criptovalute sono assimilabili, dal punto di vista fiscale, a valute estere (risoluzione 2 settembre 2016, n. 72/E).

Le operazioni in criptovaute possono riguardare:

– operazioni commerciali tradizionali (anche nella forma dell’e-commerce) regolate da bitcoin;

– le operazioni su bitcoin.

Nel primo caso non si riscontrano particolari problematiche, dal momento che, da un punto di vista valutario, l’utilizzo e l’accettazione in pagamento delle valute virtuali sono allo stato da ritenersi attività lecite e non si rinvengono particolari preclusioni da un punto di vista tributario, se non quelle derivanti dall’applicazione del regime fiscale ordinario, che presuppone ovviamente che le operazioni siano rappresentate in valute aventi corso legale (e dunque in euro). 

In questa sede  ci occupiamo delle valute virtuali detenute da persone fisiche e il loro impatto sulla dichiarazione dei redditi.

Ai fini IRPEF, le valute virtuali, se detenute al di fuori del regime di impresa, possono generare un reddito diverso, tassabile secondo i principi che regolano le operazioni aventi a oggetto valute tradizionali, previsti dall’art. 67 del TUIR: può dunque rilevare ogni conversione di bitcoin con altra valuta virtuale (o da valute virtuali in euro) realizzata per effetto di una cessione a termine oppure a pronti, se la giacenza media dell’insieme dei “wallet” (portafoglio elettronico, considerato l’equivalente di un deposito tradizionale ai fini dell’art. 67) detenuti dal contribuente, ha superato il controvalore di 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi (risoluzione n. 72/E del 2016).

RICAVI DA CESSIONE DI CRIPTOVALUTE
Vendite a termine Le plusvalenze realizzate per effetto di una cessione di criptovalute a termine costituiscono sempre redditi diversi. Di conseguenza, come tali, devono essere indicate nel quadro RT del modello Redditi PF di dichiarazione ed essere assoggettate ad imposta sostitutiva con aliquota del 26 per cento.
Vendite a pronti Le cessioni a pronti di criptovalute non generano redditi imponibili, salvo che la giacenza “media” dei wallet complessivamente detenuti dal contribuente superi il controvalore in euro di 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta. In tale caso, va compilato il quadro RT, come previsto per le cessioni a termine.

La giacenza va calcolata sulla base del rapporto di cambio al 1° gennaio, rilevato sul sito dove il contribuente ha acquistato la valuta virtuale o, in mancanza, quello dove ha effettuato la maggior parte delle operazioni.

La plusvalenza (al netto di eventuali minusvalenze scomputabili) va dichiarata nel quadro RT, utilizzando il criterio LIFO in caso di vendite parziali, liquidando la relativa imposta sostitutiva del 26 per cento.

Il costo, se non documentabile, può essere calcolato dividendo l’importo del bonifico effettuato all’exchanger per il numero di criptovalute acquistate.

Ai fini IVAFE,  l’Agenzia precisa che le criptovalute non sono soggette a tassazione, in quanto l’imposta si applica esclusivamente ai depositi e conti correnti di natura “bancaria”.

L’investitore in criptovaluta è soggetto all’obbligo del monitoraggio fiscale e, pertanto, è tenuto alla compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi. Non essendo soggetta IVAFE si barrerà pertanto la casella 20 del quadro RW “solo monitoraggio”.

Suggerisco in ogni caso di rivolgersi sempre ad un dottore commercialista o ad un professionista abilitato al fine di non incorrere in sanzioni per l’errata compilazione del Modello Unico.

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